Nedovic, un duro per l’Olimpia europea 3.0. In attesa del playmaker

Nedovic, un duro per l’Olimpia europea 3.0. In attesa del playmaker

Nemanja Nedovic è ufficialmente un nuovo giocatore dell’Olimpia Milano. Una trattativa nata più di un mese fa e che ha visto l’accelerazione decisiva al termine dei playoff spagnoli dell’Unicaja, uscita ai quarti di finale contro il Baskonia. Lì, Nedovic annunciò quello che ormai tutti – o quasi – sapevano: non sarebbe tornato a Malaga l’anno prossimo. Legittimo, dal suo punto di vista, giocare ancora in EuroLega: un’opportunità che gli andalusi non gli avrebbero garantito. Così, il lavoro sottotraccia di Milano è sfociato in affare concreto, limando quegli ultimi dettagli prima di mettere nero su bianco l’accordo con quello che, a oggi, è chiaramente il miglior acquisto della campagna estiva milanese (senza nulla togliere a Della Valle e Brooks). Proprio Brooks e Nedovic si ritroveranno a Milano dopo l’esperienza comune a Malaga, in cui il punto più alto è stato la vittoria in EuroCup in rimonta contro Valencia: partita da underdog, la formazione di Plaza arrivò all’atto finale del torneo forte di una durezza mentale enorme sviluppata nel corso dell’annata e riuscì a ribaltare una situazione che sembrava compromessa nella decisiva gara 3. Durezza mentale, un termine che Pianigiani sta cercando di instillare nei suoi giocatori, ottenendo risposte alterne: è chiaro che la scorsa stagione ha rappresentato un balzo in avanti importante – non tanto a livello di risultati – di consapevolezza della propria forza e dimensione europee, ma è altrettanto vero che Milano realisticamente si giocherà l’accesso ai playoff con almeno altre cinque/sei squadre, senza considerare le magnifiche quattro o cinque che di abitudine arrivano a giocare le partite decisive.

Ma cosa aggiunge Nedovic a Milano? Sicuramente una costanza di rendimento decisamente superiore a quella di Jordan Theodore – ormai in uscita – e di Andrew Goudelock, nonostante il Mini Mamba abbia folate offensive superiori alla guardia serba. E poi un campionario di soluzioni molto vasto, ammirato in questa stagione di EuroLega chiusa a quasi 17 punti di media. Una serie di soluzioni di cui sa qualcosa il Fenerbahce, torchiato dai 31 punti del serbo a Istanbul (conditi da 8 assist) in una partita sì ininfluente per la classifica delle due squadre, ma comunque utile per mostrare alle pretendenti tutto il talento offensivo di cui il giocatore (ora) di Milano dispone.

Inoltre Nedovic è chiaramente un difensore superiore ai dirimpettai sopracitati e presenti in roster in stagione: la sua stazza fisica, ottima per essere una guardia, gli permette di potere competere contro qualsiasi avversario a livello europeo. Pur concentrandosi soprattutto sulla metà campo offensiva, il gioco di Nedovic si è raffinato anche nella propria metà campo: in questo senso indubbi meriti vanno dati a Sasha Djordjevic, che ha costruito un gruppo di ‘soldati’ nella Nazionale serba, in cui ognuno porta il proprio mattoncino per il raggiungimento del risultato. A Malaga Nedovic si è consacrato, dopo alcuni anni difficili trascorsi tra NBA e Valencia in cui non era mai riuscito a trovare continuità sul parquet: è stato Joan Plaza, come riconosciuto dallo stesso Nedovic, una delle poche persone a credere in lui nel 2015, quando a 24 anni la carriera del serbo sembrava essere arrivata a un vicolo cieco. Dopo anni di delusioni, Plaza lo ha reso centrale nel progetto di crescita di Malaga, non ingabbiandolo in un solo ruolo ma lasciandolo libero di esprimere il proprio talento nelle posizioni di 1 e 2. E proprio questo ha aiutato Nemanja a diventare il giocatore completo che è ora: capace di giocare sia point guard sia combo guard, si può adattare a qualsiasi quintetto Pianigiani vorrà proporre, e permetterà alla stessa Olimpia di giocare con un quintetto molto alto o anche molto piccolo a seconda degli avversari di turno.

La linea tracciata dall’Olimpia è chiara, completarsi e crescere a livello europeo e, di pari passo, affermarsi come società più solida e forte del panorama italiano. In questo senso la figura di Pianigiani è sempre più centrale in società, forte della vittoria dello Scudetto che ha cemenfiticato la sua posizione: il coach sta dettando le linee guida del mercato secondo le proprie esigenze, rinunciano ad alcuni giocatori ritenuti non adatti al progetto tecnico cominciato quest’anno o desiderosi di giocare di più (quest’ultimo caso si riferisce soprattutto a Pascolo e Abass).

La quasi completa definizione del roster a fine giugno è un segnale importante della volontà di Milano di progettare a media scadenza con grande anticipo: l’ultimo tassello da completare – salvo le operazioni minori – riguarda la scelta del playmaker titolare. La decisione di Calathes di rinnovare con il Pana a cifre importanti riapre scenari importanti attorno alla figura di Mike James, individuato come il profilo ideale da affiancare a Nedovic nella prossima campagna europea. Difficile a oggi dire se i greci avranno la forza economica per mettere sul piatto un contratto remunerativo come quello offerto da Milano al giocatore, certo è che nonostante le dichiarazioni di rito di Livio Proli, la società stia spingendo forte per strappare il sì del giocatore in tempi brevi, prima di scatenare un’eventale asta europea a cui Milano non ha intenzione di partecipare. Completare il roster è la priorità assoluta in casa Olimpia in questo momento, per avviare e proseguire il processo di crescita europea iniziato con l’arrivo di Pianigiani e teso a proiettare la squadra nell’élite europea. Un piano pluriennale di sviluppo che non potrà prescindere dall’affiancamento allo staff tecnico (pronto ad accogliere Marco Ramondino) di una figura dirigenziale di raccordo che potrà essere Alberto Rossini o una nuova persona, chiamata a tenere i rapporti tra la parte commerciale e quella tecnica. Perché una squadra di successo che si rispetti si costruisce dalle basi, e Milano sembra essere sulla buona strada per diventarlo. Avversari permettendo.

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Olimpia Milano, è lo Scudetto di Pianigiani. E di Goudelock

Olimpia Milano, è lo Scudetto di Pianigiani. E di Goudelock

Meritato. Non esiste aggettivo migliore per definire lo Scudetto vinto ieri sera in gara 6 dall’Olimpia Milano: un successo netto, mai in discussione sul campo di un’Aquila Trento uscita a testa altissima ma arrivata senza forze alla partita più importante della stagione. Milano torna sul tetto d’Italia, un anno dopo essere caduta rovinosamente proprio con Trento, abbandonando le velleità di ripetere il percorso compiuto l’anno precedente. Difficile parlare di vendetta da parte dell’Olimpia, possibile, quasi doveroso, parlare di rivincita: dodici mesi dopo l’avversaria capace di eliminare Milano dai playoff è capitolata sotto i colpi di Goudelock e compagni.

Vincere, nello sport, non è mai semplice. Farlo con tutti i favori del pronostico lo è ancora di più. Lo sa bene Simone Pianigiani, chiamato la scorsa estate ad aprire un nuovo ciclo a Milano dopo la fine del percorso affidato a Jasmin Repesa. L’allenatore toscano – arrivato con lo scetticismo dei tifosi – ha saputo resistere in tutti i momenti di difficoltà della stagione, proseguendo con le proprie idee e portando avanti il suo credo. Le sconfitte europee, alcune arrivate con scarti pesanti, sembravano potere minare le (poche) certezze che aveva un gruppo nuovo nei primi mesi della stagione: la sconfitta con Cantù in Coppa Italia è stato senza dubbio il punto più basso dell’annata milanese. Da quel momento la squadra ha voltato pagina, consolidando le proprie certezze e scegliendo di affidarsi ai giocatori più talentuosi in attacco per vincere le partite. Si può affermare che il gioco espresso in dieci mesi non sia stato sempre brillante, a tratti poco gradevole anche per gli occhi ma alla fine è stato efficace. Merito anche di gerarchie che Pianigiani ha trovato in corso d’opera, “aiutato” dall’infortunio occorso a Theodore che gli ha consentito di togliere il play americano dalle rotazioni in favore del più continuo Curtis Jerrells. Theodore, arrivato in estate come play titolare, non ha saputo rendere al meglio ad un livello finora mai sperimentato nel corso della carriera: dopo averlo atteso a lungo, Pianigiani ha deciso di metterlo ai margini nelle partite che più contavano. Allo stesso modo anche Amath M’Baye è quasi scomparso nel corso dei playoff, perché a lui sono stati preferiti Kuzminskas e Pascolo: scelta anche in questo caso vincente, che ha permesso a Milano di cambiare assetto in corso d’opera e di modellarsi a seconda degli avversari, con quintetti molto piccoli o molto grandi che hanno potuto sfruttare i vantaggi proposti dal gioco.

La profondità del roster ha fatto la differenza rispetto alle avversarie, consentendo a Milano di arrivare in piena forma all’appuntamento clou della post season: allo stesso tempo, però, il merito di Pianigiani è stato quello di scegliere – fin dalla serie dei quarti di finale con Cantù – un assetto ben delineato, con i giocatori di cui maggiormente si fidava per affrontare le dure sfide dei playoff. Poche battute d’arresto patite nelle gare da dentro o fuori, a testimonianza di una grande condizione psicofisica della squadra che ha saputo reagire – nella serie finale – dopo le due sconfitte patite a Trento che avrebbero potuto cambiare l’inerzia della serie e forse la storia di questo Scudetto.

Protagonista assoluto di questa serie finale, Andrew Goudelock è stato anche l’uomo copertina delle ultime due partite. Non solo canestri importanti nei momenti decisivi delle gare, ma anche un salto di qualità a livello difensivo e la stoppata – a una manciata di secondi dalla fine di gara 5 – su Sutton che rimarrà nella memoria come il momento chiave dell’intera serie finale (come lo era stato la tripla di Bramos in gara 5 nella finale dello scorso anno tra Venezia e Trento). Le lacrime del Mini Mamba a fine gara descrivono il suo attaccamento alla maglia e la sua voglia di vincere, e al tempo stesso la consapevolezza di avere (quasi certamente) concluso la sua avventura a Milano. La rivoluzione nel reparto esterni, che porteraà James, Nedovic e Della Valle alla corte di Pianigiani, toglie spazi a Goudelock, che ha saputo reagire con grande orgoglio alle voci uscite nel corso della stagione e che avrebbero potuto destabilizzarlo.

Chi scrive aveva espresso già la scorsa estate un parere molto positivo sull’acquisto di Goudelock, ritenuto un giocatore ideale per il sistema di gioco voluto da Pianigiani e basato sul grande talento degli esterni e su lunghi ‘rim protector’. Questo era stato il leit motiv dei successi – sul campo – della Montepaschi Siena, capace di incantare l’Italia con un gioco eccellente basato più su iniziative partite dalle guardie che su un gioco corale di alto livello. Allo stesso modo è avvenuto a Milano, con la squadra costruita su misura del suo allenatore: sebbene con interpreti di livello probabilmente inferiore rispetto a quelli di Siena, il risultato sul suolo italico è stato lo stesso: la vittoria.

Ora per Pianigiani comincia il difficile: ripetersi e continuare la crescita del progetto. Obiettivi ambiziosi ma raggiungibili, anche grazie alla grande rapidità avuta dalla società nel muoversi sul mercato assicurando al coach giocatori di livello europeo per provare a competere con le big d’Europa per un posto nei playoff a partire dalla prossima stagione. Il leit motiv sarà sempre lo stesso: tanto talento negli esterni, con maggiore concretezza rispetto ad alcuni interpreti di questa stagione, e lunghi chiamati a offrire un contributo importante sotto i tabelloni e a racimolare quanto rimane del gioco degli esterni. Così è stato in questa stagione con Gudaitis e Tarczewski, che non avendo un gioco spalle a canestro così valido (come ammesso da Pianigiani) sono spesso stati serviti vicino al ferro o si sono procurati i punti andando con efficacia a rimbalzo d’attacco.

Lo Scudetto rappresenta quindi la vittoria di Pianigiani, in primis, e dei suoi giocatori. Ora viene il bello, portare avanti il progetto triennale: con questi presupposti, la squadra potrà togliersi delle soddisfazioni. Ma questo ce lo dirà solo il tempo. E il campo, unico giudice del lavoro di una squadra.

L’Olimpia, quelle parole di Pianigiani e un futuro indecifrabile

L’Olimpia, quelle parole di Pianigiani e un futuro indecifrabile

“La gara di stasera (ieri, ndr) è lo specchio della nostra stagione europea”.

Parole e musica di Simone Pianigiani, costretto a commentare l’ennesimo KO di un’annata partita con buone prospettive, per quanto fatto vedere nelle prime gare di stagione, solitamente di assestamento un po’ per tutte le squadre che prendono parte all’EuroLega, e poi velocemente precipitata verso i bassifondi quando nelle difficoltà sono emerse tutte le lacune di una squadra incapace di trovare soluzioni agli aggiustamenti proposti dagli allenatori avversari. Colpa dei giocatori? Solo in parte. Colpa anche di uno staff tecnico che ha avuto grosse difficoltà a proporre un gioco che non fosse solamente limitato all’utilizzo del pick’n’roll, di cui Milano usa e spesso abusa, senza riuscire a creare i vantaggi ottenuti da altre squadre: e se il principale gioco offensivo della squadra non paga i dividendi sperati, non basta – e non è possibile – ridursi alle soluzioni dei singoli per risolvere le gare più complicate sette mesi dopo l’inizio della stagione.

Il calando della squadra di Pianigiani è emerso in maniera lampante in Europa fin dalle prime partite, ha toccato il punto forse più basso in occasione della sconfitta di Coppa Italia contro Cantù, ed è proseguito anche dopo. A parte alcuni sprazzi di gioco discreto, e di ottima preparazione delle gare (come accaduto nella trasferta di Mosca contro il Khimki) Milano sembra essere un libro aperto per gli avversari, che sanno quali sono i punti di forza della squadra di Pianigiani e, limitandoli, tolgono le certezze acquisite nel corso di questi mesi a Gudaitis e compagni. E proprio il centro lituano, sicuramente la nota più lieta della stagione, spesso si ritrova a fare la guerra coi mulini a vento, in un sistema di gioco che valorizza solo in parte il suo talento e il suo fisico. E’ un dato di fatto che sia soprattutto grazie alla sua capacità di andare a rimbalzo d’attacco – ne cattura 2.3 di media a partita, settimo in questa speciale graduatoria al pari di Kaleb Tarczewski – che si conquista delle opportunità di andare al tiro. I suoi 10 punti e 6 rimbalzi di media nei venti minuti di utilizzo medio lo rendono uno dei centri, e dei giocatori più efficaci in senso assoluto, della competizione. Come mai allora non esiste un gioco vero e proprio che lo valorizzi dopo sette mesi di stagione? Gudaitis dovrebbe essere la pietra angolare del gioco milanese, un attaccante pericoloso che possa fare collassare la difesa su di lui lasciando spazio sul perimetro agli eccellenti tiratori – Goudelock e Bertans su tutti – della squadra.

E invece la gara contro Valencia, ininfluente per la classifica ma non per questo da prendere sottogamba, ha mostrato nuovamente le lacune a livello europeo, della Milano di Pianigiani. Difetti emersi già nel corso delle partite di campionato, spesso mascherate dal talento dei singoli, che sono state ingigantite dall’enorme valore di alcuni avversari che l’Olimpia ha affrontato nel proprio cammino. E se è vero che ogni squadra ha un momento di difficoltà nel corso della stagione, altrettanto vero è che tutte, o quasi, hanno mostrato progressi nel corso delle varie gare o dei mesi. Milano decisamente meno, tanto che occupa il penultimo posto in classifica, davanti solo ad un Efes già in vacanza europea da alcuni mesi oramai. E proprio la competitività è quanto è mancata a Milano in questa stagione: una volta assodato che il treno playoff era diventato irraggiungibile, la squadra ha offerto prestazioni sconcertanti per agonismo e intensità (come quella a Istanbul contro il Fenerbahce) che hanno minato la fiducia che lentamente avrebbe potuto diffondersi tra i giocatori. Il body language in campo e in panchina ha spesso lasciato intuire l’esito delle gare di questa Olimpia diversi minuti prima della sirena finale: un segnale negativo dell’incapacità di invertire la rotta di un destino che è apparso segnato fin dai primi mesi della stagione regolare di EuroLega.

Micov e Jerrells, nella serata di ieri, hanno provato senza successo a ergersi a salvatori della patria, con momenti di basket di livello eccelso ma totalmente sconnessi a quello che è essere una squadra. Perché è vero che sono i grandi giocatori a fare le grandi squadre, ma affidarsi esclusivamente all’estemporaneità per colmare le lacune evidenti di un gioco che non esiste non basta per portare a casa delle partite a livello europeo. Se a questo si aggiunge la scarsa mira di Goudelock – per Pianigiani limitato da problemi fisici nelle ultime due partite – autore di due zero contro Zalgiris e Valencia, tutto diventa dannatamente complicato.

Ed è in questo momento, ora, che Milano deve decidere cosa vuole fare da qui a fine stagione, in Italia, e da dove ripartire in vista della prossima stagione europea. Il campo, giudice unico e supremo, ha espresso chiaramente il suo verdetto, respingendo senza appelli Milano nel percorso europeo: è anche vero che il progetto di Pianigiani è triennale, ma serve un cambio di rotta deciso a livello di gioco e risultati per togliersi, a partire dalla prossima stagione, dai bassifondi europei e acquisire quelle consapevolezze, quel know how che hanno le grandi squadre europee, che costantemente veleggiano tra le prime otto d’Europa. E non è solo una questione di budget o talento, perché lo Zalgiris quest’anno ha dimostrato che con organizzazione, idee e talento in alcuni giocatori, si possono sovvertire i pronostici, si può rendere possibile il quasi impossibile. I lituani devono essere da esempio per l’Olimpia, un modello innovativo che la squadra di Pianigiani dovrebbe emulare per provare a fare di più in campo europeo.

Ora all’Olimpia non resta che concentrarsi sul finale di stagione e sui playoff che vedranno impegnati Cinciarini e compagni al termine della stagione regolare, contro avversari molto duri: già le prossime due gare potrebbero dire molto del futuro, ad oggi indecifrabile, della stagione milanese, perché Avellino e Reggio sono avversari tosti, e soprattutto con un’identità e gerarchie chiare e delineate. Quelle che Milano ancora non ha, e non è ancora riuscita a trovare.

 

Milano, il punto di non ritorno di una stagione molto insufficiente

Milano, il punto di non ritorno di una stagione molto insufficiente

Fallimento (quasi) totale.

Non ci sono altre espressioni per descrivere i risultati conseguiti fino a questo momento dall’Olimpia Milano. La squadra di Pianigiani, che in Europa lotta per evitare l’ultimo posto, fallisce malamente l’obiettivo Coppa Italia, naufragando ben presto contro una Cantù capace di andare oltre i propri limiti e imporsi al termine di un confronto che non ha avuto storia fin dalla palla a due.

Troppa la differenza di voglia e di efficacia tra le due squadre: se Sodini ha dovuto tirare fuori tutto quello che la sua squadra (e in particolare la sua panchina ridotta) è riuscita a dargli, Pianigiani non ha saputo invertire l’inerzia di una gara che ben presto si è messa sui binari di Cantù. Non una reazione, non un sussulto d’orgoglio da parte di Milano, che in difesa è stata perforata con irrisoria facilità da una squadra in serata di grazia, favorita anche dall’atteggiamento “intollerabile” – come lo ha definito Livio Proli – della squadra milanese.

Non è facile e nemmeno corretto trovare un colpevole unico in una barca affondata alla prima difficoltà: vero è che, se in Europa la squadra ha palesato e continua a palesare limiti evidenti, almeno in Italia Milano avrebbe dovuto farsi trovare pronta a uno dei due obiettivi realistici (tre, considerando la Supercoppa) della stagione. E invece così non è stato, il body language ha mostrato una serie di giocatori incapaci di reagire alle difficoltà, altri – vedi Jerrells – piombati in un vortice di mediocrità da cui non sembrano essere in grado di uscire, altri ancora – Pascolo e Abass – utilizzati con il contagocce nel corso della stagione e quasi mai decisivi nell’annata.

IL NON-GIOCO – dopo oltre sei mesi, nell’appuntamento più importante fino a questo momento della stagione, Milano dimostra tutti i limiti di un gioco che latita. Un solo spartito, il pick’n’roll, e poi spazio all’estro, o alle serate di gloria dei singoli giocatori. Tante iniziative sono estemporanee, non c’è una traccia riconoscibile di un lavoro che avrebbe dovuto portare la squadra ad essere evoluta rispetto a inizio stagione. Anzi, forse è accaduto il contrario: dopo un avvio anche promettente, Milano nel corso dell’annata è peggiorata sempre di più, sia in attacco, sia soprattutto in difesa, un autentico colabrodo in Europa, andata in evidente difficoltà anche ieri e in generale nelle sfide contro le migliori squadre italiane. Un progetto tecnico che stenta a decollare, per l’incapacità di alcuni giocatori di prendersi le proprie responsabilità e per le difficoltà dello staff tecnico di trovare qualcosa di diverso rispetto al piano gara. Difficilmente in stagione Milano è riuscita a proporre qualcosa di diverso rispetto a quanto aveva pensato inizialmente, subendo spesso e volentieri le iniziative delle avversarie forti: anche ieri, avendo tutto da perdere, la squadra si è sciolta come neve al sole.

La sconcertante pochezza di gioco e voglia mostrata dai giocatori di Milano ieri deve fare riflettere non solo per il presente, ma anche per il futuro: è vero che il calendario di EuroLega è stato massacrante, ma non può costituire in alcun modo un alibi per giustificare delle prestazioni decisamente al di sotto delle aspettative e del valore potenziale che la squadra di Pianigiani potrebbe esprimere. Ma forse è proprio qui la differenza: Milano è un gruppo di giocatori, più o meno talentuosi, ma non è ancora una squadra, o lo è solo in parte. Pianigiani si riferisce a questo quando parla di vissuto comune di  giocatori che non si conoscevano e che, in alcuni casi, sono alla prima esperienza in Italia. Ma è possibile che dopo sei mesi di lavoro non si riconosca un’identità a una squadra partita con grandi ambizioni e già fuori da due delle tre competizioni a cui ha partecipato dall’inizio della stagione?

Tra le perplessità legate alla partita di ieri: perché rinunciare a Tarczewski contro una squadra ridotta ai minimi termini, in particolare sotto canestro? Perché preferire un Jerrells assolutamente dannoso e avulso dal gioco e che non è riuscito nemmeno in difesa a dare il proprio contributo? Perché Gudaitis non è riuscito a sfruttare la sua maggiore stazza contro i lunghi canturini, tirando solo due volte in 16 minuti? Perché la squadra tende ad affidarsi spesso a iniziative individuali fatte di tanti secondi di palleggio prima di arrivare a una soluzione forzata? O comunque non frutto di una costruzione?

IL FUTURO – Tutte domande che devono aleggiare nella testa dei giocatori, messi davanti alle proprie responsabilità sia da Livio Proli, che ha definito vergognosa la partita di ieri, sia da Simone Pianigiani – intoccabile per la dirigenza – che ha parlato di giocatori che devono essere pronti a mettersi l’elmetto per affrontare la seconda parte di stagione. Ma toccherà anche all’ex CT della Nazionale fare delle scelte dure, capire chi realmente è pronto ad andare in battaglia per il bene della squadra e chi invece non potrà dare il proprio contributo da qui a fine anno. Serve invertire la rotta, perché Cantù ieri ha rappresentato un punto di non ritorno, da cui non si può scappare: la vittoria della squadra di Sodini ha fatto squillare un grande campanello d’allarme nella squadra di Pianigiani, chiamata ora a cambiare marcia per non fare diventare la stagione un fallimento totale.

Perdere aiuta a perdere: le sconfitte europee si riflettono in campionato, e Milano fatica

Perdere aiuta a perdere: le sconfitte europee si riflettono in campionato, e Milano fatica

La sconfitta patita in casa di Varese fa suonare un campanello di allarme importante per la stagione dell’Olimpia Milano. Vero, si potrebbe definire la partita contro la squadra di Caja un incidente di percorso, una sconfitta fisiologica dopo le fatiche europee che hanno impegnato la squadra in settimana.

Ma la realtà dice ben altro. L’Olimpia è una squadra che fatica a trovare un capo e una coda. Che alterna momenti di pallacanestro apprezzabile – specie coinvolgendo Gudaitis e/o Tarczewski, due dei più positivi fino a questo momento della stagione – ad altri in cui la palla ristagna per molti secondi e finisce nelle mani di un esterno, che forza una soluzione uno contro uno. Una squadra che vive delle percentuali nel tiro da tre punti, pur avendo in Gudaitis uno dei migliori giocatori del campionato per impatto e voci statistiche. La riprova sono le 36 conclusioni scagliate da oltre l’arco – segnate con il 27% – a fronte di soli 32 tiri da due punti, converititi con il 60%. E non basta il talento dei singoli giocatori per recuperare partite o parziali che fanno sprofondare la squadra anche in doppia cifra di svantaggio. Non in Italia, men che meno in Europa.

E proprio il percorso europeo sta incidendo sul cammino di Milano in Italia. Non solo e non tanto a livello di dispendio fisico, perché Avellino, pur avendo giocato 12 partite in Europa, produce la migliore pallacanestro d’Italia insieme a Brescia. Forte di un gruppo solido e di un progetto tecnico chiaro, Sacripanti ha potuto inserire il talento di Filloy, Fitipaldo e Rich. Il risultato è il secondo posto in classifica, risultato di una crescita costante negli anni. Milano è all’inizio di un progetto triennale, che Pianigiani ha sposato in toto. Il percorso è appena iniziato, ma i passi in avanti confortanti di inizio stagione non hanno poi trovato conferme con il passare dei mesi, con una regressione a livello di prestazioni e risultati che deve preoccupare lo staff tecnico milanese.

Perché a meno di un mese dalla Coppa Italia, il primo grande obiettivo della stagione – senza considerare la Supercoppa di settembre – i segnali sono tutt’altro che positivi. Ed è pure vero che, come ribadito da Pianigiani più volte nel corso delle interviste post gara, il cammino in patria delle squadre che disputano l’EuroLega, in patria non è così agevole. Ma è altrettanto vero che tutte le squadre, con errori, limiti o difetti, progrediscono. Milano questo scatto non è ancora riuscito a farlo, le vittorie in EuroLega sono spesso arrivate al termine di rimonte quasi disperate affidate al talento dei singoli o in gare controllate fin dalla palla a due. Ma sono arrivati anche ribaltoni pesanti, contro squadre non alla portata, in cui la squadra di Pianigiani ha mostrato tutti i suoi limiti attuali, evidenziati quando il passivo diventa difficile da recuperare. La squadra si spegne, molla, smette di giocare: emblematico il quarto periodo disputato contro il CSKA Mosca in questo senso, in cui De Colo e compagni hanno banchettato contro una squadra con la testa già negli spogliatoi. E proprio questo atteggiamento è deleterio per un roster che ha trascorso insieme i primi mesi, che non ha ancora trovato la giusta chimica e non riesce a rendere al meglio. Eppure nell’ultimo periodo la squadra ha dato segnali di crescita confortanti, subito smentiti dalle due partite con Maccabi e Varese.

Le rotazioni di Pianigiani hanno al momento escluso Abass e, almeno in Europa, anche Pascolo, due dei giocatori che sotto la gestione di Repesa avevano trovato grande spazio ed erano diventati dei fattori, pur in una stagione avara di soddisfazioni. Quest’anno le scelte sono diverse, con l’arrivo di Kuzminskas gli spazi per “Dada” si sono ridotti, mentre non è bastata la separazione con Dragic per fare entrare nelle rotazioni l’ex capitano di Cantù. Situazioni da chiarire in vista del finale di stagione, a cui Milano vuole arrivare nelle migliori condizioni psico-fisiche possibili per riconquistare lo Scudetto.

Ma gli equilibri non possono che passare da un buon finale di stagione europeo, fatto di prestazioni che possano fare crescere i giocatori che maggiormente hanno bisogno di trovare ritmo e fiducia. E che permettano di cambiare passo anche in Italia, dove ogni squadra affrontata dall’Olimpia scende in campo con motivazioni extra, consapevole che Milano è sulla carta la squadra più forte del campionato. E non è un caso che le sconfitte più importanti in Italia siano arrivate contro le più dirette rivali per lo Scudetto – i campioni d’Italia di Venezia e la Sidigas Avellino di Sacripanti – oltre che con la Dinamo Sassari, capace di una grande prova balistica nella gara in terra sarda. La vittoria al photofinish con Brescia ha dimostrato che con il talento si possono risolvere le partite, ma senza il lavoro operaio dei Pascolo, Cinciarini il talento da solo non basta.

Coinvolgere maggiormente Gudaitis e Tarczewski in attacco non è solo una necessità, ma un dovere, visto il fatturato dei due centri della squadra. In Italia e in Europa si stanno affermando come due ottimi interpreti del ruolo, ma in un gioco eccessivamente perimetrale abbassano la loro produzione e il loro impatto sulla gara.

Lo scatto a cui è chiamata la squadra è anche mentale, perché l’accettazione della sconfitta come condizione quasi obbligata in Europa non può portare a grandi risultati in Italia. Un cambio di rotta è necessario, per trasformare la stagione in vincente.

Mindaugas Kuzminskas, l’apriscatole che mancava all’Olimpia

Mindaugas Kuzminskas, l’apriscatole che mancava all’Olimpia

L’arrivo di Mindaugas Kuzminskas a Milano, con il giocatore che ha affidato a Facebook  le sue sensazioni per avere lasciato – almeno fino a fine stagione, ma nei progetti e nelle idee Olimpia anche di più – la NBA per fare ritorno in Europa, rappresenta un colpo di primo livello per la squadra di Pianigiani e anche per la Serie A. Il lituano è un giocatore già fatto e finito, che ha doti balistiche importanti da oltre l’arco unite a una capacità di penetrare dovuta a un fisico solido e atletico: conosce bene il basket europeo e l’EuroLega, che ha provato a Malaga e a Kaunas, prima di intraprendere la sua avventura americana.

A una prima analisi si tratta di una ‘win-win’ situation: Milano guadagna in talento, profondità ed esperienza in un ruolo, quello del ‘4’, che nell’idea di gioco di Pianigiani deve avere una doppia dimensione, sia bravo a colpire da oltre l’arco dei tre punti sfruttando gli assist degli esterni, sia un’abilità di giocare spalle a canestro o in avvicinamento che apra il campo anche per le iniziative altrui. Per il lituano la possibilità di tornare a giocare ad alto livello dopo il taglio da parte dei Knicks, in una competizione durissima e avendo vicino Kalnietis e Gudaitis, suoi compagni anche in Nazionale, che lo possono aiutare nell’inserimento all’interno di un gruppo nuovo.

L’identikit di Kuzminskas sembra dunque essere perfetto per le necessità di roster della squadra milanese, evidenziate anche dall’allenatore al termine della sconfitta contro la Stella Rossa, con un riferimento esplicito a Jefferson che non è mai stato quello ipotizzato nei piani estivi. Il vistoso calo di M’Baye e il recupero di Dada Pascolo avvenuto solo da poco hanno fatto il resto: Milano aveva una carenza strutturale in un ruolo determinante soprattutto a livello europeo e, nonostante la situazione di classifica deficitaria, l’arrivo di Kuzminskas si era reso necessario in vista della seconda parte di stagione. Avere un’alternativa ulteriore di alto livello all’interno delle rotazioni era l’obiettivo della squadra, per potere gestire le rotazioni tra campionato e coppa in vista del primo appuntamento stagionale, le Final 8 di Coppa Italia cui l’Olimpia vuole arrivare pronta per confermare il titolo vinto lo scorso anno.

LA DOPPIA DIMENSIONE – Ho parlato del ruolo strategico del ‘4’ nella pallacanestro moderna e in particolare nell’interpretazione del ruolo che le squadre di Pianigiani hanno spesso avuto. A Siena per anni Shaun Stonerook è stato il titolare del ruolo, capace di essere l’ideale collante con un reparto esterni ricco di talento. Il tiro da tre e la difesa erano le caratteristiche dell’allora capitano di Siena, Kuzminskas si approccia al mondo milanese con qualità diverse ma che in parte ricalcano quelle di Stonerook. Il tiro da tre punti è la specialità della casa, scoccato con grande regolarità da ogni zona dietro l’arco, con una predilezione per il tiro dalla punta su tutti.

L’altra grande alternativa nel gioco dell’ala lituana è il tiro al ferro: il suo atletismo lo rende capace di arrivare fino in fondo spesso e volentieri, sfruttando anche un fisico che lo rende spesso più ‘grosso’ dei numeri 3, almeno in Italia, e più rapido dei numeri ‘4’ anche europei. Manca del tiro dalla media distanza, una soluzione non così congeniale al suo gioco e nemmeno utilizzata con grande regolarità, almeno nella sua esperienza americana dello scorso anno, come evidenziato dal grafico delle sue zone di tiro realizzato da Austin Clemens (qui il link interattivo):

kuzminskas shot chart
austin clemens.com

Proprio per questo la doppia dimensione di Kuzminskas lo può rendere una sorta di ‘apriscatole’ delle difese avversarie, che devono adattarsi alle sue scelte di tiro. La sua capacità di arrivare al ferro e le sue doti tecniche che lo rendono un passatore affidabile lo rendono un osservato speciale. La contemporanea presenza di Micov e Kuzminskas sul parquet, una soluzione tattica che Pianigiani potrebbe proporre soprattutto nei duelli europei, permette di avere un ottimo assortimento per fisicità e qualità tecniche di entrambi, in un reparto ali che ha bisogno del talento e della forza per potere resistere contro i pari ruolo avversari.

GIOCATORE ELEGANTE – Non è un attaccante formidabile, quello che dovrebbe essere Goudelock, non è un realizzatore di razza, ma è un giocatore che si può definire elegante: sempre in controllo dei propri mezzi, sa aspettare il momento della partita in cui colpire. Non è un giocatore da 20 punti a sera, ma li può segnare, è più un all around player abile nel fare tutte le cose che servono alla squadra per vincere.

Non a caso, nella nazionale lituana è una delle punte di diamante e giocatore molto rappresentativo proprio per la sua capacità di mettere la squadra davanti al singolo. Una meccanica di tiro molto efficace, la grande forza di emergere nei momenti tosti e difficili delle gare, un’eleganza sul parquet che ha pochi eguali.

Per il mercato italiano un colpo da novanta, un giocatore di questo calibro nel pieno della carriera non può che fare bene al basket nostrano, per poterlo ammirare e vedere realmente di che pasta è fatto, dopo averlo visto all’opera con la Lituania, spesso decisivo nei successi dei baltici sugli Azzurri.

Ma è un colpo eccellente anche per Milano, che dimostra di potere competere su alcuni ingaggi anche con i top team europei bisognosi di rinforzi dopo una prima parte di stagione altalenante, per non dire deludente, in EuroLega. Probabilmente non basterà Kuzminskas per invertire la rotta stagionale, certo è che il suo arrivo offre una soluzione tattica ulteriore e non indifferente a Pianigiani, chiamato ora a trovare il modo per farlo rendere al meglio.

Doncic stellare, ma Milano è più viva che mai

Doncic stellare, ma Milano è più viva che mai

Cade ancora l’Olimpia Milano, sconfitta a Madrid per 101-90 dalla squadra di Laso. Protagonista assoluto della sfida Luka Doncic, che incanta e domina la gara con una prestazione a tutto tondo. Da registrare i passi in avanti di Milano, competitiva contro una delle squadre più forti d’Europa – pure se con assenze pesanti – per l’intero arco della gara, conducendo nel punteggio a lungo nel primo tempo e in avvio di ripresa. La squadra di Pianigiani cresce partita dopo partita e conferma quanto di buono mostrato nelle prime uscite stagionali in Europa. Ecco i punti chiave della gara:

  • 27 punti e 41 di valutazione. Basterebbero questi numeri a evidenziare la clamorosa prestazione di Luka Doncic nell’arco dei 40 minuti. Ma non solo, perché il fuoriclasse sloveno aggiunge 8 rimbalzi, 5 assist, 3 recuperi e 10 falli subiti, in una prova a tutto tondo che certifica la sua maturazione e la sua leadership all’interno della squadra. Un impatto devastante con la nuova stagione, è lui il go-to-guy della squadra di Laso. Sempre in controllo, a tratti sembra quasi giocare con leggerezza, forte della sua superiorità nei confronti degli avversari. Immarcabile per campionario e continuità di soluzioni, è un rebus irrisolto per la difesa milanese;
  • 100. Come i punti subiti dall’Olimpia nella gara di stasera. Tanti, troppi per potere pensare di vincere in Europa contro avversari di questo livello. I miglioramenti della squadra sono evidenti soprattutto da un punto di vista offensivo, perché difensivamente gli oltre 90 punti di media subiti da CSKA, Fenerbahce e Real devono essere letti come uno stimolo a crescere nell’arco dei 40 minuti, limitando errori e palle perse per avere un migliore rendimento difensivo. Nonostante le diverse stoppate messe a segno dai lunghi, per Pianigiani c’è ancora molto lavoro da fare per creare un impianto difensivo che permetta di giocare alla pari con le migliori squadre europee. Da questo passa il salto di qualità che la squadra dovrà fare in Europa;
  • 17. Sono gli assist con cui l’Armani ha concluso la gara, testimonianza della volontà di coinvolgere i compagni in un gioco corale e di alta qualità. Molto nasce dal pick and roll, con Micov, Goudelock e Theodore chiamati a creare soluzioni comode per sé e per i compagni. Poche sono le soluzioni individuali create fuori dai giochi, spesso arrivano per necessità o per libertà concessa. La fluidità nel girare la palla è uno degli aspetti più confortanti per l’allenatore di Milano, che vede nei suoi giocatori la voglia di essere coinvolti e partecipi di un gruppo.
  • 20-0. E’ il parziale che indirizza la partita a favore del Real. Dal 60-54 milanese in apertura di terzo quarto, gli spagnoli realizzano un parziale enorme aumentando l’intensità difensiva e togliendo sbocchi in area al gioco dell’Armani e al tempo stesso trovando in Doncic e Campazzo due costruttori di gioco indiavolati che propiziano il break. Sul 74-60 Milano comincia la propria rimonta, ma non sarà mai in grado di tornare veramente a contatto, se non sul -3 dopo la tripla di Goudelock del 92-89 a 2 minuti dalla fine, con la successiva di Causeur che ha definitivamente lanciato il Real verso la vittoria.
  • Gudaitis e Jefferson, due facce opposte. Il lituano conferma di essere giocatore vero, migliorando su entrambi i lati del campo e chiudendo con una performance da 20 punti e un immacolato 9/9 al tiro, ma 2/6 ai liberi, che lo elegge a migliore realizzatore di Milano. Vero che la maggior parte dei suoi canestri sono frutto di schiacciate arrivate dopo un passaggio che lo ha smarcato, ma questo è anche sintomo di una grande presenza e di una grande intensità messa in campo nel corso della gara. L’ala, invece, non viene utilizzato da Pianigiani, a testimonianza anche del periodo difficile che sta attraversando e dalla necessità che ha di crescere per potere contribuire al meglio nel gioco della squadra. In attesa del rientro di Pascolo, è M’Baye il titolare del ruolo di ‘4’, l’americano al momento sta avendo un ruolo marginale nella squadra.